Avrebbe compiuto ottanta anni sabato, se non fosse stato ucciso nell'ottobre di 41 anni fa. Si chiamava Ernesto Rafael Guevara de la Serna, detto "Che". Nato il 14 giugno del 1928, Ernesto “Che” Guevara è stato - più di Fidel Castro - il simbolo della rivoluzione cubana, nonostante la sua azione non si sia fermata all'isola caraibica, ma abbia coinvolto buona parte del continente sudamericano. Nato a Rosario, in Argentina, da famiglia borghese, comincia già a 14 anni a interessarsi di filosofia e letteratura, tanto da iniziare a scrivere, a 17 anni, un suo “dizionario filosofico”. Niente politica nei suoi anni adolescenziali: non parteciperà nemmeno alla marcia per chiedere la liberazione del suo miglior amico, Alberto Granado, arrestato per aver manifestato contro il governo.E' nel 1950, quando intraprende il suo primo viaggio in America Latina, che Ernesto comincia a vedere i problemi del suo continente. In quegli anni conosce in Messico Fidel e Raul Castro, esuli cubani, con i quali inizia la sua avventura rivoluzionaria. Nel 1956 si imbarca sul Granma con altri 81 uomini, diretto a Cuba. E' l'inizio della rivoluzione che porterà alla caduta del dittatore Fulgenzio Batista, che fuggirà dall'isola nel dicembre del 1958. Poi, dopo il tentativo durato qualche anno di essere un funzionario “serio e responsabile” del governo cubano, Che Guevara decide di lasciare l'isola e portare altrove la sua rivoluzione e le sue idee. Verrà ucciso in Bolivia, l'otto ottobre del 1967, da soldati boliviani diretti da agenti della Cia, nella piccola scuola popolare di La Higuera, provincia di Chuquisaca. Solo 30 anni più tardi i suoi resti verranno ritrovati, e da allora si trovano nel Museo di Santa Clara, a Cuba. Il mito di Che Guevara inizia allora, in un epoca in cui le rivoluzioni sembrano diventare inevitabili: per l'Africa quelli sono gli anni della fine del colonialismo e dell'indipendenza, l'America e l'Europa scoprono, con il sessantotto, la voglia di cambiare. Già dall'anno prima, le lotte operaie nei paesi occidentali avevano mostrato come si potesse ridiventare “padroni del proprio destino”. Cuba diventa l'emblema della pulce che ferma l'elefante: lo slogan pronunciato da Fidel Castro, il 5 marzo del 1960, “Patria o muerte. ¡ venceremos!” sembra racchiudere in sé tutte le speranze dei popoli oppressi. Ma per l'America latina non sarà così: morto Che Guevara, la Cia ramifica ancora di più le sue attività, e tutto il continente diventa una unica prigione, costellata da dittatori diversi nel nome ma uguali nella strategia del terrore. Dall'Argentina del Che alla Bolivia, dal Nicaragua al Salvador, dal Guatemala al Paraguay, gli spazi di libertà scompaiono piano piano, come scompaiono le centinaia di migliaia di oppositori. La Cuba di Castro, che resiste a prezzo di contraddizioni enormi, resta isolata nel continente ma viva nella memoria. La celebre foto di Alberto Korda , fatta il 5 marzo del 1960, all'indomani di un attentato della Cia, diventa anche essa un simbolo, sfruttato ancora oggi dalle industrie del merchandising. Di recente una delle figlie di Ernesto Guevara ha chiesto che l'immagine di suo padre non sia utilizzata a fini commerciali. «L'appropriazione della figura del Che da parte dei suoi nemici di classe mi disturba, la trovo vergognosa», ha dichiarato Aleida Guevara, la più grande dei quattro figli del Che e della sua seconda moglie, la rivoluzionaria cubana Aleida March. Oggi, nell'ottantesimo anniversario della sua nascita, la sua città natale, Rosario, ha voluto ricordarlo con una monumentale opera in bronzo inaugurata proprio sabato. Migliaia di persone hanno partecipato all'omaggio che la città, trecento chilometri a sud di Buonos Aires, ha voluto dedicargli. E in qualche modo lo ha ricordato anche l'artefice di un'altra rivoluzione piena di speranze e poi fallita, Daniel Ortega, attuale presidente del Nicaragua. Che ha voluto, proprio in questo giorno, inaugurare e chiamare con il suo nome la centrale elettrica costruita con l'aiuto del presidente venezuelano Hugo Chavez (che forse sarebbe piaciuto al Che). Una centrale che porterà illuminazione e energia al Paese, quasi a dire che ci sono luci che non si spengono mai. Hasta siempre.